Un Regalo Inaspettato, story by Esposito Silvio at Spillwords.com

Un Regalo Inaspettato

Un Regalo Inaspettato

written by: Esposito Silvio

 

La cantina della nonna era fredda, buia e polverosa, ma ad Amélie poco importava, era curiosa di sapere cosa contenesse il baule che avevano portato due uomini in grande segretezza la sera prima e nulla l’avrebbe fermata da tale proposito.
C’era poca luce di sotto, non vedeva oltre il proprio naso e andava con cautela per non ruzzolare in basso in malo modo: anche se era scesa altre volte, si era detta meglio essere prudenti e, arrivata al piano, dopo aver fatto qualche passo in avanti, all’urtare contro qualcosa, che doveva essere il baule, sorrise.
Prima di aprirlo, però, si fermò a pensare alla nonna e alla ramanzina che le avrebbe fatto nel caso l’avesse scoperta con le mani nel sacco. Poi le sovvenne che non sarebbe tornata prima di cena e si disse che avrebbe fatto per tempo a mettere tutto a posto prima che facesse ritorno.
Dunque, impavida, sollevò con cautela il coperchio, ma la luce abbacinante che ne fuoriuscì l’abbagliò costringendola a chiudere gli occhi. Solo quando la luce si affievolì quel tanto da permetterle di aprirli riuscì a vedere ciò che il baule conteneva: uno scrigno di cristallo di ineguagliabile bellezza e, allungata una mano, lo sollevò con delicatezza per paura di romperlo.
Con lo scrigno nelle mani, Amélie risalì i gradini, questa volta con passo sicuro: la luce emanata dallo scrigno illuminava a giorno il cammino e non correva il rischio di mettere un piede in fallo.
Arrivata in cima, entrò in cucina e appoggiò lo scrigno sul tavolo per poi accomodarsi su di una sedia a scrutarlo con attenzione. Purtroppo non c’era nessuna apertura apparente. Si trattava di un unico blocco di cristallo rilucente. Ma all’interno doveva esserci per forza qualcosa, pensò lei, ne era sicura, però come poteva aprirlo senza romperlo?
Dopo aver tentato più volte, senza successo, stava per arrendersi che la luce di colpo si affievolì e sullo scrigno apparvero delle scritte i cui caratteri erano di un rosso intenso. Un elenco di numeri seguiti da lettere che lesse ad alta voce: “7 Terminano – 9 Iniziano – 2 Versano – 1 Beve”.
Doveva essere uno di quei rompicapo da risolvere e, siccome a lei piacevano gli enigmi, si mise subito all’opera per risolverlo.
Presa carta e penna, iniziò con il segnare i numeri che potevano avere un significato preciso. Numeri che erano stati elencati uno dietro l’altro e ciò voleva dire che bisognava partire dal primo per dare poi un senso agli altri che seguivano. Iniziò dal sette, che potevano essere i giorni della settimana e, se ci aveva visto giusto, come conseguenza avrebbero dato inizio a qualcosa che invece ne durava nove. Però non era certa se nove fossero i giorni, ore, mesi, anni o chissà cos’altro.
Solo se avesse risolto il primo indizio, con esattezza, poteva sperare di arrivare a comprendere il resto. Quindi prese in considerazione i giorni e optò per quelli lavorativi, ma di solito erano cinque e scartò subito l’idea. Neanche le fasi lunari, erano otto. Alla fine le rimasero i sette giorni della settimana e lei, dopo aver valutato cosa durasse per tutto quel tempo, siccome il ciclo le era appena arrivato, la soluzione le fu servita sul classico piatto d’argento.
La giovane non ebbe dubbi in merito e, a dare maggiore forza al suo ragionamento, il ciclo di solito si interrompeva al momento dell’avvenuto concepimento. Per cui il nove si incastrava alla perfezione: erano i mesi della gravidanza. Ora non le restava che dare un senso logico ai due che versavano e, anche in quel frangente, le arrivò l’illuminazione. Dovevano essere giocoforza i seni e, l’uno che beveva, a quel punto, non poteva che configurarsi nel nascituro: la soluzione al quesito era la mamma, ovvero la madre.
Amélie non stava più nella pelle per essere riuscita a risolvere l’indovinello. Tuttavia lo scrigno non si apriva e, rabbuiatasi in volto, urlò a gran voce tutta la sua frustrazione: “Perché non ti apri? Eppure ho risolto il tuo stupido rompicapo… la mamma è la soluzione. O meglio, la madre. Cosa vuoi ancora da me? Sono stu-”
Non terminò di dire di essere stufa, lo scrigno di cristallo si aprì e lei infine vide ciò che celava all’interno: un occhio grande quanto una grossa noce e la cui iride non smetteva di brillare. E quando lei lo prese tra le dita, sentì al tatto che vibrava ed emanava calore. Al che lo ripose nello scrigno e stava per andare in camera sua, delusa, che all’udire una voce sinistra dietro le sue spalle si fermò.
“Ma, come, ti arrendi di già, ragazzina?”
Lei allora si voltò di scatto, temeva fosse arrivata la nonna. Però non c’era nessuno oltre lei e lo scrigno sul tavolo. Tuttavia non si fece prendere dal panico e rispose a tono: “Chi sei? Esci e fatti vedere! Non ho paura di te. So come difendermi.”
“Quante volte dovrei farlo ancora, ragazzina?”
“E quando? No! Non può essere. Sei mica…” Amèlie si voltò e guardò l’occhio all’interno dello scrigno per poi rimanere atterrita: “No! Non può essere possibile. Sei stato tu a parlare?”
“Se anche fosse?”
Amèlie fece qualche passo indietro. Poi, visto che non accadeva nulla, si avvicinò e prese di nuovo l’occhio tra le dita, che subito iniziò a brillare e vibrare sempre più e lei, presa dal panico, svenne.
“Era ora che ti svegliassi, ragazzina. Forza, alzati. Dobbiamo metterci subito in cammino.”
Ancora intontita, Amélie si guardò intorno per dare un volto alla voce, ma non c’era nessuno nella stanza. Poi i ricordi cominciarono a riaffiorare e alterata bofonchiò esasperata: “Ancora tu? Cosa vuoi da me? Lasciami in pace. Ora ti rimetto nello scrigno e amici come prima.” E, al non ricevere risposta, si alzò e solo allora si rese conto di non essere nella sua stanza e preoccupata urlò tutta la sua impotenza: “Dove mi hai portato, stramaledettissimo occhio! Se non me lo dici subito, ti ridurrò in mille pezzi, e stessa fine farò fare anche allo scrigno di cristallo.”
“No! Non farlo. E va bene. Hai vinto tu, ragazzina.”
Un puntino di luce azzurra si materializzò nella stanza, che poi colpì lo scrigno e da esso ne uscì fuori un uomo sul cui volto portava una maschera che riproduceva la testa di un lupo. Amélie a quel punto cominciò a temere il peggio. Tuttavia cercò di non darlo a vedere e, impettitasi, si rivolse a lui con fermezza: “Per il momento lasciamo perdere le presentazioni, signore. Voglio prima sapere come mai mi trovo in una stanza che non è la mia e se è stato lei a portarmici!”
“Molto bene, ragazzina, rispondo subito. Questa non è la sua stanza perché non ci troviamo sul suo mondo e sì, a portarla su Arcadia sono stato io. Questo è il mio mondo e abbiamo bisogno di te per-”
“Cosa? Aspetti un momento. Questo vuol dire che non mi trovo sulla terra? Lei è pazzo. Per favore, non mi faccia ridere… e poi si tolga quella maschera, cosa crede, ho quasi diciotto anni, sa! Non sono più la ragazzina credulona. Perciò mi riporti subito a casa mia o telefono alla polizia… Non mi crede? Allora ecco.” Amélie tirò fuori il telefonino dalla tasca dei pantaloni, però quando l’accese non c’era campo e si disse che fosse molto strano, in quanto era raro che ci fossero zone non coperte da segnale.
“Dov’è la porta, signore? Devo… anzi, voglio uscire.”
“Per di qua, prego. Scendi le scale e troverai davanti a te la porta, aprila e sarai fuori.”
L’uomo con la maschera da lupo non la ostacolò e lei pensò che il suo essersi mostrata decisa doveva avergli fatto capire che era meglio non scherzasse più.
Scesi i pochi gradini e uscita all’aperto, quello che vide la lasciò senza parole: davanti a lei c’era solo una distesa a perdita d’occhio di sabbia. Un deserto arido la cui fine non vedeva e cadde in ginocchio affranta.
“Passiamo alle presentazioni, ora? Ti va, Amèlie? Dopodiché parleremo del motivo per cui ti trovi su questo mondo.”
L’uomo si trovava dietro e lei, voltatasi di scatto, lo guardò con un grosso punto interrogativo stampato sul volto.
“Va bene, inizi lei, tanto credo che già sappia chi sono, o forse mi sbaglio? Però si tolga quella maschera, voglio vederla in volto.”
“È così infatti, so tutto di te ed è proprio per questo che ti ho portata su Arcadia. Prima di passare al motivo, permettimi di presentarmi. Mi chiamo Porthos e non ho una maschera sul volto… questa è la mia faccia. Prego. Tocca pure se non mi credi.”
L’uomo si avvicinò fino a toccare il naso di Amélie con il suo e attese che lei facesse la prima mossa.
“Su, non avere timore, non ti farò alcun male. Tocca, stringi, pizzica… Fa quello che più ti aggrada. Solo in questo modo potrai avere la conferma che dico il vero e… Ahi! Non così forte, ma che modi sono questi? Sei davvero una ragazzina impertinente.”
“L’ha detto lei di farlo.”
“Hai ragione. Allora, sei soddisfatta?”
Gli aveva pizzicato il volto con forza per poi prendere le sue guance con le dita e tirarle a sé, tuttavia la maschera non si era mossa e doveva essere come aveva detto lui, era davvero un lupo.
“Sono soddisfatta? Ma com’è possibile che lei ab-”
“Le spiegazioni a dopo, dobbiamo andare o faremo tardi all’appuntamento.”
“Quale appuntamento, scusi. Io non vado proprio da nessuna parte con lei. Piuttosto mi riporti subito a casa mia, la nonna tra poco tornerà e se non sistemo le cose saranno guai seri per me.”
“Non posso proprio farlo, ragazzina. Mi spiace, ma dovrai seguirmi, volente o nolente.”
“La smetta di chiamarmi ragazzina, ho un nome, Amélie… Comunque cosa vuol dire che non può. Come mi ci ha portata mi faccia tornare!” Era stufa di essere presa in giro, soprattutto da un essere con la testa da lupo e non era divertente.
“Non posso farlo da qui, davvero. Se vuoi tornare a casa devi venire con me, non c’è altro modo. Purtroppo il portale per il tuo mondo si trova ad Antinora e la capitale è molto lontana da qui. Perciò dovrai pazientare. Ah, prima che mi dimentichi, ti chiamerò per nome solo se farai lo stesso con me, quindi via quel signore e ragazzina, ti va?”
“Sì. Ma torniamo al portale, come può essere possibile che si trovi da un’altra parte se io sono qui? Menti! Ci deve essere per forza un portale anche in questa casa e non vuoi dirmelo per costringermi a seguirti.”
“Sei arrivata attraverso il portale che si trova ad Antinora, l’unico esistente, non mento. Vedi, tu non sei arrivata qui diretta, ma ad Antinora e, quando la Regina Artemisia ti ha vista, ti ha fatto imprigionare. Credeva di averti uccisa e… ma i dettagli dopo. Quello che posso dirti ora è che sono stato io che ti ho salvata portandoti quaggiù al sicuro. Non ricordi cosa è accaduto a causa del passaggio, ma tra qualche giorno la memoria tornerà e saprai che dico il vero. Fino ad allora devi fidarti di me, perciò seguimi, dobbiamo andare, le guardie della Regina saranno già sulle nostre tracce e se ci trovassero ci arresterebbero.”
“E perché mai questa Artemisia vorrebbe uccidermi? Cosa le ho mai fatto di male per arrivare a desiderare la mia morte? Non l’ho mai vista prima e ciò vuol dire che me lo dici solo per convincermi a seguirti.”
“Tu, non l’hai mai vista, Amélie. Miryam invece sì e tu, ora, sei lei. Quindi la Regina odia te inconsapevole che non sei sua sorella. Lascia che mi spieghi meglio. Vedi, il tuo aspetto non è lo stesso che avevi sulla Terra e… Già, non mi credi. Molto bene, entra in casa e lo vedrai con i tuoi occhi.”
Se l’uomo con la testa di lupo voleva spaventarla c’era riuscito, pensò lei, che si guardò subito le mani per assicurarsi fossero le sue, lo erano e sospirò. Anche il seno era il suo, né grande, né piccolo. Poi si voltò a dare uno sguardo al fondoschiena e tirò un altro respiro di sollievo, non era enorme e flaccido come quello della sua amica Juliette. Al che rise, ma subito dopo tornò seria, si passò le mani sul volto, ma al tatto la pelle era liscia e morbida, le labbra carnose e le ciglia lunghe da fare invidia. Tutto era come dovevano essere. Tuttavia questo non dimostrava nulla, se il suo volto era cambiato, come asseriva Porthos, non poteva rendersene conto solo al tocco, doveva vedere con i propri occhi.
Pertanto, quando lui l’accompagnò all’interno della stanza, là dove c’era uno specchio enorme, prima di specchiarsi si fermò a riflettere. Non sapeva se farlo oppure no, poi si disse che poteva essere solo un brutto sogno e, convinta che lo fosse, anche se non del tutto, lasciò che gli eventi seguissero la piega che avevano preso senza interferire. Tanto prima o poi si sarebbe svegliata facendosi una grassa risata.
Ciononostante, al vedere il suo vero aspetto, rimase a bocca aperta. Il volto era cambiato, è vero, ma la cosa sensazionale è che era bello oltre ogni sua aspettativa. Lo specchio rimandava l’immagine di un volto che aveva due grandi occhi di un colore viola acceso, un naso all’insù alla francese, labbra carnose e zigomi perfetti. Insomma, un viso di rara bellezza; anche se lo sporcavano tre tatuaggi: uno grande sulla fronte e due più piccoli sulle gote che raffiguravano dei serpenti. Certo, con quel nuovo aspetto di sicuro ogni ragazzo a scuola le avrebbe fatto la corte, e non solo, le amiche si sarebbero prostrate ai suoi piedi riconoscendola come la più bella, motivo per cui rise compiaciuta.
“Wow, Porthos, sono davvero io quella riflessa allo specchio? E se è un sì, quel cenno con il capo, allora spiegami che fine ha fatto la mia faccia, perché la rivoglio indietro… Come anche la mia vita. Anche se questo nuovo aspetto mi aiuterebbe molto, non mi sentirei a mio agio se lo tenessi. Davvero, è tutto fantastico, ma sono arcistufa. Perciò ti chiedo di vuotare il sacco e dirmi cosa accade sul serio, e non tralasciare nemmeno una virgola, ne ho abbastanza delle tue continue reticenze.”
“Hai ragione! Però lo farò dopo, adesso dobbiamo andare, e alla svelta.”
“Dove per l’esattezza? E come? Siamo appiedati e ci troviamo nel bel mezzo del deserto senza acqua e cibo.”
“E chi ha detto che dobbiamo camminare? Su, alza la testa, non guardare sempre me con quell’aria stranita. Forza. Guarda sopra di te invece di parlare a vanvera.”
Alzato lo sguardo, sopra di lei galleggiava, a mezz’aria, una nave gigantesca con le vele spiegate.
“E ora che diavoleria è mai questa? Ci mancava solo una nave che vola. Non ci posso pensare. Questa è la cosa più incredibile che abbia mai visto, e io di cose incredibili, credimi, ne ho viste a iosa. E dimmi, Porthos, come fa a sostener-”
“Tutto a tempo debito. Ora sali, non abbiamo tempo da perdere, gli sgherri di Artemisia potrebbero arrivare da un momento all’altro.”
Amélie non ci aveva fatto caso, ma dall’alto era scesa una scaletta, fatta di corda, e lei non doveva fare altro che afferrarla e arrampicarsi. Cosa che fece ma, saliti dieci pioli, venne presa dalle vertigini e si bloccò.
Porthos per evitare il peggio intervenne: “Non guardare in basso e continua a salire, dietro ci sono io. Nel malaugurato caso tu cadessi, tranquilla, ti prenderò al volo. Ma se proprio non ce la fai, dimmelo che ti prendo in spalla.”
“Non farlo! Se ti avvicini ti do una pedata in faccia e ti faccio cadere. Salgo da sola, fosse l’ultima cosa che faccio.” Amèlie non voleva in alcun modo che Porthos la toccasse. Non si fidava ancora di quell’uomo bestia e, tra un sussulto e l’altro, arrivò in cima e una mano prese la sua con decisione issandola a bordo.
“Benvenuta sulla regina dei cieli, principessa Miryam. Io sono Garom, il capitano di questa splendida nave. Per me e il mio equipaggio è un onore averla a bordo… Ci dia un ordine, uno qualsiasi, principessa, e io e i miei uomini lo eseguiranno senza esitazione, anche se dovesse costarci la vita.”
Il capitano e parte dell’equipaggio sulla tolda tolse il cappello e s’inchinò in attesa che lei desse loro un ordine.
Amélie vide che anche il capitano aveva la testa di un animale: un leone. E tra i membri dell’equipaggio c’era chi aveva la testa di un maiale, di una capra, di un cavallo, di un toro, di un topo e via di seguito. Tutti avevano la testa con le fattezze di un animale e fu allora che lei certa che fosse un sogno. Non c’era altra spiegazione e doveva solo svegliarsi e tutto sarebbe tornato alla normalità. Ma non sapeva come e fece buon viso a cattivo gioco: “Le chiedo scusa, capitano, ma credo che lei si sbagli, io non so-”
“Molto bene, Garom, partiamo! Destinazione Antinora.” Annunciò Porthos con tono autoritario e poi, avvicinatosi ad Amélie, la prese per un braccio e la portò da parte per poi dirle con un tono aspro in un orecchio: “Cosa ti salta in mente! Questi filibustieri non devono sapere che tu non sei la Miryam che loro conoscono e amano da sempre e… scusa, aspetta solo un momento, devo mettere in chiaro alcune cose e torno subito da te. Intanto mostrati sicura, loro vedono in te una guerriera coraggiosa, comportati come tale. Insomma, cammina con passo fermo e deciso e guardali tutti con aria di superiorità. Funzionerà. Per intenderci, comportati come hai fatto con me finora e non potrai sbagliare.”
Allora era facile, pensò lei e, quando uno dell’equipaggio si fece avanti, quello con la testa da maiale, lei lo guardò dritto negli occhi con sguardo glaciale. E come aveva detto Porthos, l’uomo abbassò lo sguardo per poi dire, con fare sottomesso: “Deve scusare il mio ardire, principessa, ma eravamo preoccupati un po’ tutti per la sua sparizione improvvisa e sa, abbiamo creduto addirittura che fosse morta.”
Doveva evitare a tutti i costi di farsi trasportare da quella conversazione prima di dire qualche sciocchezza: non sapeva niente sul loro conto e poteva tradirsi con facilità. Al che ponderò bene le parole: “Grazie per esservi preoccupati tutti della mia salute, tuttavia non è ancora nato colui che mi ucciderà.”
L’uomo si prostrò scusandosi: “Che sciocco sono stato a dubitare, d’altronde contro una spadaccina imbattibile come lei nessuno potrebbe sperare di uscirne vivo. Allora dove è stata tutto questo tempo?”
Amélie non sapeva cosa rispondere e girò l’ostacolo con una domanda: “Mi farebbe piacere vedere la sala caldaie, se è possibile.”
“Certo. Ogni suo desiderio è un ordine, principessa. La prego, se vuole seguirmi, le faccio strada.”
Intanto la nave era salpata, ma Amélie non si affacciò per paura che le tornasse la nausea. Certo, non avrebbe potuto fare domande specifiche, la Miryam che impersonava di sicuro conosceva il funzionamento dell’imbarcazione a menadito e sarebbero sembrate inopportune domande in proposito di qualcosa che lei doveva sapere.
“Prima di procedere verso il basso devo avvisarla che sotto fa molto caldo e… Scusi, questo lei già lo sa, sono proprio un…”
“Non fa niente. So che la mia è una richiesta sciocca, però mi sentirò di essere tornata a casa mia solo quando avrò visto la sala motori. Mi manca sentire l’odore del carbone che arde e il suo calore intenso sul volto.”
Amèlie incrociò le dita dietro la schiena e sperò di non aver detto una corbelleria. Aveva visto del fumo uscire dai camini posti in coperta e si era detta che non poteva essere che il risultato della combustione di qualcosa, e di sicuro non poteva essere legna, si trovavano nel deserto ed era improbabile, quindi l’unico altro elemento era il carbone.
“A chi lo dice, anche a me fa lo stesso effetto, principessa. Adesso che mi viene in mente, se non sbaglio lei è stata al comando della Ferocity… La nave più grande e bella di Antinora. Navi come quella ormai non se ne vedono più nei cieli… Forse quella della Regina Artemisia potrebbe eguagliarla, tuttavia non ne sono tanto sicuro.”
Lei non aggiunse nulla, acconsentì solo con il capo e lui la fece entrare nella sala motori.
Entrata, una vampata di calore l’avvolse lasciandola senza fiato.
“Cosa le avevo detto? Non ci si abitua mai al calore rilasciato dalla pietra, principessa. Bella, vero? Pensi, l’abbiamo trovata da queste parti. Ricordo che levitava a un’altezza inimmaginabile e recuperarla è stata un’impresa ardua per il nostro capitano. È merito suo e di questa pietra se i soldati della Regina Artemisia non ci hanno ancora raggiunto. Unica nel suo genere, ha il pregio di far levitare la nostra nave ad altezze che loro non possono raggiungere. Pertanto, non si preoccupi, qui siamo al sicuro.”
Un’enorme pietra nera come la notte più buia, galleggiava a mezz’aria ancorata allo scafo da quattro enormi catene fissate alle due paratie della nave. Sotto la pietra ardeva un fuoco vivido e da esso emanava un calore intenso e soffocante. Alcuni uomini lo alimentavano con l’aggiungere carbone senza sosta, così che la magia di sostentamento proseguisse senza interruzioni. Vista l’altezza considerevole, cadere giù sarebbe stato nefasto per tutti. Di fatto, più la pietra veniva riscaldata, più acquisiva proprietà antigravitazionali. Le vele servivano a dare la spinta necessaria e far sì che la nave si spostasse in avanti. Ma nel caso fosse calato potevano utilizzare il vapore come spinta.
“Accipicchia, davvero notevole. E, ditemi, dove avet-”
“Scusami, potresti lasciarci soli?” Porthos interruppe i due.
“Certo, signore!” Poi, rivolto ad Amélie, “è stato un piacere farle da guida, alla prossima visita, principessa.”
Uscito, Porthos guardò con piglio severo Amélie: “Cosa ti è saltato in mente. Se solo ti fosse uscita una parola di troppo da quella bocca saresti finita nei guai e con te ci sarei finito anche io.”
“Non ho detto niente di compromettente. Non sono mica una stupida, io. Tu non venivi e ho chiesto a quel pirata simpatico di farmi visitare la nave. Tutto qui, non ho fatto nulla di male.”
“Va bene. Però la prossima volta chiedi prima a me… Ora fa silenzio e seguimi.”
Porthos portò Amèlie nella sua cabina e una volta entrati lui proseguì il discorso: “Adesso siediti e ascolta, debbo parlarti della Regina Artemisia e di te… Miryam. Sì perché ora impersoni lei e lo farai fino a quando non ritornerai nel tuo mondo. Quindi fattene una ragione. Poiché è molto importante che ti cali in questa parte se non vuoi morire. Vedi, la vera Miryam è morta. Sì, mia cara, l’ho tenuta tra le braccia mentre spirava l’ultimo respiro dopo che Artemisia l’ha uccisa. Quindi devi dimenticare chi sei stata e combattere insieme a noi la guerra che sta per iniziare, anche perché solo se la vinceremo potrai tornare a casa tua.”
“Guerra? Fatevela da soli la vostra stupida guerra. Non voglio averci nulla a che fare, io sono una pacifista.”
“Lasciami finire. Dove ero rimasto… ah ecco, tua sorella Artemisia ha…”
“Cosa? Io non ho sorelle. Sono figlia unica e… No! Non dirmi che Miryam e Artemisia lo sono. Allora scusa, se così è, perché la Regina vuole uccidere la sorella?”
“Ti ho detto di farmi finire. Un tempo le nostre razze vivevano pacifiche: quella umana e quella semi-umana. Poi, uno della nostra specie s’innamorò di un’umana e, siccome gli umani non tolleravano la loro unione, in quanto era contro i loro principi morali, iniziò un lungo confronto tra le nostre due specie. Il quale portò a stilare un compromesso: i due si sarebbero frequentati e amati, ma non avrebbero mai dovuto avere figli. Il vero problema era che gli umani non volevano perdere la loro supremazia su quelli come noi. Perché dall’unione tra una umana e un semi-umano sarebbe nato sempre e solo un semi-umano. Ma i due ebbero un figlio e la Regina Artemisia, tua sorella, ci dichiarò guerra. Vuoi sapere chi erano i due innamorati in questione? Eravamo Io e Miryam, Amèlie. Ora ti lascio riflettere, io intanto vado a parlare con il comandante.”
“Ti prego, dimmi almeno che fine ha fatto vostro figlio… è ancora vivo?”
“Non dirò nient’altro. Dovrai aspettare domani, e comunque non ti parlerò di quello che c’è stato tra me e Miryam, ficcatelo bene in quella tua graziosa testolina.”
“Uffa. E va bene, va pure, ma non dormirò.”
“Come vuoi, però domani non lamentarti se non ce la farai a tenere il passo. Per arrivare alla città di Antinora ci sarà da fare un bel pezzo di strada a piedi e io di certo non ti porterò sulle spalle. Questa nave non può attraccare in città, Artemisia la requisirebbe, pertanto ci fermeremo a distanza di sicurezza.”
Non appena Porthos chiuse la porta, una luce abbagliò Amélie ed esclamò: “No. Di nuovo?”
Infatti, si ritrovò catapultata in una stanza, la sua e non era sola: i suoi amici e la nonna la guardavano con un sorriso grosso quanto una fetta d’anguria.
“Sorpresa! Buon compleanno, Amélie.” Annunciarono in coro.
“Ti è piaciuto il regalo che ti ho fatto? Beh, cos’è quella faccia sorpresa.. ah capisco, non ti aspettavi che proprio io, la nonna che li odia in modo viscerale, ti regalassi un gioco virtuale 4D della Misado. Allora, non lasciarmi sulle spine… hai sempre voluto vivere un’avventura e ora che te l’ho servita su di un piatto d’argento non dici nemmeno grazie?”
“Un gioco, nonna? Tutto quello che ho passato è per colpa di uno stramaledettissimo gioco di ruolo?”
“Si che lo è… guarda tu stessa. Qui c’è la scatola con le istruzioni e questi che vedi sono gli elettrodi che ho appena staccato dalle tue tempie. Al mio ritorno ti ho trovata che dormivi e ne ho approfittato per applicarli. Ma continuerai la tua avventura dopo, adesso è il momento di tagliare la torta, i tuoi amici sono venuti per questo e non aspettano altro che di assaggiarla insieme a te.”

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